UNA SMORFIA DI FASTIDIO
Il primo giorno di lavoro di Attilio Cugno alla Omega S.r.l. fù una cosa del tutto nuova ed inaspettata. Anche se venne assegnato al turno di mattina (cioè dalle ore sei alle quattordici) si presentò alle sei meno un quarto, entusiasta e sorridente.
A Cugno non piaceva svegliarsi il mattino presto. Amava di più passare le nottate a bere ed a far baldoria al Milo Bar e quando si ubriacava era capace di tutto. Basti pensare che una volta, per vincere una scommessa, si spogliò e cominciò a correre nel parcheggio del Bar con trenta centimetri di neve, completamente nudo e ubriaco fino all'osso.
Vinse la scommessa. Come premio si beccò una polmonite e quasi ci lasciò la pelle.
Non aveva mai lavorato. A quasi quarant'anni non aveva una lira di contributi versati.
Aveva perso la madre da piccolo e dopo gli studi superiori ed il diploma da ragioniere, non aveva più voluto fare un cazzo.
Visse col padre e della sua pensione finché questo morì. Dal canto suo il padre, Antonio Cugno, i primi anni lo spronò più volte a trovarsi un lavoro. Si rivolse perfino ad un amico assessore, il quale lo confortò dicendogli che un posto come vigile urbano era cosa fatta.
Attilio diede il suo assenso. Venne il giorno del concorso e anziché andare a passare la prova (divenuta una pura formalità) andò al mare con degli amici. Affittarono una barca e la caricarono di birra, vodka e stupefacenti vari. Tolsero l'ancora ed andarono a pescare a largo, dove rimasero per due giorni.
Quando tornò a casa il padre si limitò a dire che la cena era nel forno. Egli andò verso il forno, lo aprì e vi trovò dentro tre piatti di pasta, uno per ogni giorno nel quale era mancato: è superfluo dire che mangiò solo il terzo.
Dopo la morte del padre, Cugno si trovo col culo per terra. Dopo aver dato fondo agli ultimi risparmi decise di trovarsi un lavoro.
Ne aveva sentito parlare dai suoi amici, i quali erano tutti impegnati in qualcosa di simile. Ma questo famigerato “lavoro”, lui, non aveva mai compreso bene cosa fosse.
Dopo aver chiesto un pò in giro, si recò in un edificio grigio alla periferia della città chiamato "Centro per l'impiego". Ma questo lo scoprì solo in seguito. Gli impiegati di questo ufficio gli chiesero di procurarsi una lunga lista di documenti da reperire presso un altrettanto lunga lista di uffici pubblici.
Tutto era nuovo ed eccitante per Cugno e cominciò a pensare che questa cosa detta lavoro non doveva essere poi così male. Insomma, Cugno stava cambiando. Si sentiva immerso in una nuova fase storica della sua vita, una rivoluzione lampo.
Nella sua mente si susseguivano domande del tipo: forse mio padre aveva ragione? Il lavoro è il vero motore della vita? Perché ho buttato la mia vita in feste e sbronze colossali?
Dopo qualche giorno il Centro per l'impiego lo chiamò a colloquio. Nel frattempo si era procurato numerosi libri sul lavoro e, nello specifico, sul lavoro che se tutto fosse andato per il verso giusto sarebbe riuscito a fare: lo stampaggio di lamiere a freddo.
Il suo compito sarebbe stato quello di sistemare un pezzo di lamiera sotto una enorme pressa idraulica che dopo essere stata azionata avrebbe prodotto il pezzo finito.
Quella mattina timbrò il cartellino. Com'era dolce quel tatlack provocato dalla timbratrice. Venne accompagnato vicino ad una pressa alta circa dodici metri e iniziò la sua opera. Andò avanti così per un paio d'ore, poi alle nove circa suonò la sirena. Pensò di aver terminato la sua dura giornata di lavoro. Si tolse cuffie e guanti, salutò i colleghi e si avviò verso l'uscita.
-Cugnoo... Ah Cugnoo... ma dove cazzo vai!- era il caporeparto che urlava.
Ben presto si rese conto che era solo la sirena della prima colazione e riprese il suo lavoro alla macchina. Alle nove e mezzo circa si rese conto che la prospettiva di rimanere incollato a quell'arnese per altri venticinque anni lo atterriva.
-Perché non riesco ad essere come gli altri?- pensò.
Si guardò intorno: ce ne erano a decine che facevano il suo stesso lavoro e nessuno sembrava soffrire quanto lui. Alcuni addirittura ridevano e fischiettavano come se quella fosse la cosa più normale del mondo.
Al contrario, la prospettiva di rimanere senza una fonte di guadagno lo esasperava anche di più. Aveva accumulato molti debiti dalla morte di suo padre a cui bisognava far fronte in qualche modo.
Aveva letto su uno di quei libri chiamato "Contratto Collettivo Nazionale del settore metalmeccanico" che se un operaio, inseguito ad un infortunio sul lavoro rimaneva invalido, aveva diritto ad una pensione erogata dall'INAIL.
Ci pensò a lungo, per ben mezz'ora. Poi prese la sua decisione.
Aspettò che la pressa tornò sù, tolse il pezzo finito, disattivò le fotocellule di protezione, infilò la mano all'interno della macchina ed avviò.
Dal canto suo la macchina fece un buon lavoro: gli schiacciò la mano talmente bene che non tentarono neppure di riattaccargliela. Un vero tripudio di sangue e metallo.
Egli non urlò e non pianse nemmeno un pò. Fece solo una smorfia per quello schizzo di sangue nell'occhio. Una smorfia di fastidio più che altro, come quando una mosca ti ronza intorno, ti sbatte sugli occhi e proprio non riesci a farla fuori.
Con questa roba rischio di morire prima del tempo. Il risotto ha l’aspetto del vomito del diavolo. Lo butto giù in fretta e furia e mi scolo una bottiglia di vino da due soldi.
La frittura ha un colore giallo, tendente al nero…. di sicuro olio d’annata!

DRITAN
Non so perché mi viene in mente proprio adesso. Mentre sono quì, seduto su questo marciapiede, con la gola secca, lo stomaco sottosopra e con in bocca il sapore di sangue. Del mio sangue, visto che stanotte mi hanno spaccato un labbro con una bottigliata.
Quando lavoravo come sorvegliante in un’azienda che produceva accessori per auto, c’era un personaggio addetto al trasporto del materiale lì prodotto: il suo nome era Dritan (o lo è ancora, il fatto è che non so se sia ancora vivo).
Dritan era un tipo alto dalla carnagione scura. Era brizzolato e aveva delle ciglia folte che non si curava.
Era nato a Durazzo, in Albania, circa una cinquantina di anni fà.
Ne aveva passate di cotte e di crude. A volte mi raccontava degli aneddoti della sulla sua vita precedente.
Lì faceva il guidatore di autobus per l’azienda di trasporto statale.
-“No era male..”-
Diceva con l’accento di chi di arrampica da anni su una lingua che non è la propria.
-“Il sistema no era male.. il governo di trovava lavoro. Si te no ti piaceva, ti trovava un altro… ma si tu no voleva nemmeno quelo, ti mettevano in galera: si tu no voleva lavorare significa chi tu voleva rubare”-.
Singolare come politica, ma senza dubbio efficace. D’altra parte quello era.
Arrivò in Italia nel 1990, su una di quelle navi fradice e stracolme di disperazione che si accasciavano stremate sulle coste pugliesi in quel periodo. Quì vomitavano quintali di carne umana.
Gli occhi incastonati in visi cianotici per il freddo oppure arrostiti dal sole, portavano impressi i fotogrammi di un film che nessun regista avrebbe mai saputo girare.
Dopo molti anni di lavoro in Italia, Dritan riuscì a comprare un appartamento nel quale viveva con la moglie e i due figli.
Ma la sua vera ossessione era l’AUTOMOBILE. A prezzo di rinunce e sacrifici si era potuto permettere il lusso di acquistare una Mercedes di colore nero nuova di zecca.
Ne era ossessionato: la lucidava in continuazione. La sua ossessione era arrivata al punto tale che ogni volta, prima di montarvi a bordo, si toglieva le scarpe e ne indossava un altro paio che aveva comprato apposta per guidare.
Un'afosa mattina di maggio notai Dritan seduto in terra, vicino alla sua auto. Era seduto in silenzio fissando il vuoto. Le sue mani erano macchiate di sangue rappreso, come la maglia che indossava.
Lì per lì non capii. Poi guardai all’interno dell’auto e vidi una donna con la testa completamente sfondata. Pezzi di cranio che affondavano nel cervello molle e sul quale si tuffavano a capofitto battaglioni di mosche e zanzare, incuranti del pericolo. Denti spezzati sparsi sul tappetino del lato passeggero.
Era decisamente morta.
Andai da Dritan e gli chiesi chi era stato a fare quel putiferio, come se non l’avessi ancora capito. Il fatto è che, cazzo, m’era difficile crederlo. Perché?
Sembrava uno zombie. Guardava davanti a se e farneticava delle parole apparentemente insignificanti.
-“Io fumi dui pacchetti di sigarette-giorno, neanche una in machina… io fumi dui pacchetti di sigarette-giorno, neanche una in machina…”-.
Ripeteva queste parole sottovoce, come se stesse parlando in un cinema o in una chiesa e non volesse disturbare le altre persone. Ad ogni modo lo ammanettai ad un cerchione in lega della sua Mercedes-bomboniera e andai a chiamare la polizia. Non fece alcuna resistenza.
Arrivarono tre auto dalle quali scesero otto o nove persone in tutto. Iniziò la solita trafila di rilievi, deduzioni e ipotesi varie. La verità è che a quel tipo gli era scoppiato il cervello.
Dovetti rimanere lì, in quel parcheggio assolato, a rispondere a domante incredibilmente inutili per altre due ore, mentre il puzzo di sangue si faceva sempre più insopportabile per via del caldo.
Poi uscii e andati al Milo Bar.
Il giorno dopo comprai il giornale e lessi questo:
“ Camionista albanese uccide la moglie: non voleva che fumasse in macchina”.